Anisakis e sintomi dell’anisakidosi, diagnosi e cura

Ultimo Aggiornamento: 31 giorni

Introduzione

L’anisakidosi, o malattia del “verme delle aringhe”, è un disturbo causato dall’anisakis, nematodi (vermi) parassiti capaci di annidarsi nelle pareti dello stomaco. Il modo migliore per prevenirlo è cercare di non mangiare pesce crudo o poco cotto.

I sintomi più comuni con cui si manifesta la presenza di anisakis sono:

  • dolore allo stomaco acuto e severo,
  • nausea e vomito,
  • febbre lieve,
  • raramente ematemesi (sangue nel vomito) da ulcera.

L’anisakidosi è diffusa soprattutto nelle zone dove si mangia abitualmente il pesce crudo, ad esempio in Giappone, tuttavia, da quando mangiare il sushi è diventato una moda, sono stati riferiti casi negli Stati Uniti, in Europa, nel Sud-America e in altre zone e di fatto quindi chiunque mangi pesce o calamari crudi o poco cotti è in realtà a rischio.

Fotografia di un anisakis in un pesce cucinato

iStock.com/imv

Cause

L’anisakis non può essere direttamente trasmesso tra gli esseri umani.

Anisakidosi, ciclo vitale

Anisakidosi, ciclo vitale (https://it.wikipedia.org/wiki/File:Anisakiasis_01_%28Versione_Italiana%29.png)

Alcuni mammiferi marini infetti (ad esempio le balene, i delfini o i leoni marini) defecano nel mare rilasciando le uova del parassita, che diventeranno larve; quest’ultime sono ingerite dai calamari, a loro volta preda dei pesci.

Esistono prove a sostegno del fatto che, se il pesce non viene eviscerato subito dopo essere stato pescato, le larve si possono spostare dall’apparato digerente alla carne. I cicli vitali di tutti i generi di anisakis connessi alle infezioni degli esseri umani sono simili.

I parassiti vengono rinvenuti di frequente anche nelle carni di

  • merluzzo,
  • dei pesci simili al merluzzo,
  • passera di mare,
  • salmone del Pacifico,
  • aringhe,
  • rana pescatrice.

Quando l’uomo mangia pesci o calamari crudi o poco cotti (il pesce e i crostacei sono le principali fonti di contagio), ingerisce anche le larve dei nematodi; penetrate all’interno dell’organismo le larve invadono l’apparato digerente.

Con le appendici anteriori, le larve dei nematodi presenti nel pesce o nei crostacei si incistano nella parete dell’apparato digerente, a livello della tonaca muscolare (in alcuni casi possono penetrare più in profondità nella parete intestinale, perforarla e raggiungere il resto dell’organismo).

Le larve producono una sostanza che attrae nella zona colpita diversi agenti del sistema immunitario (globuli bianchi eosinofili) che tendono a formare un granuloma nei tessuti che circondano il parassita (un granuloma è come una piccola pallina dura, formata dall’accumulo delle cellule del sistema immunitario). All’interno dell’apparato digerente, il nematode può staccarsi e riattaccarsi più volte alle pareti, ma raramente giunge a maturazione negli esseri umani: di norma viene eliminato spontaneamente entro tre settimane dall’infezione.

Se rimane all’interno dei tessuti, finisce per essere rimosso e fagocitato dalle difese immunitarie dell’ospite.

Alla fine quindi muoiono, lasciando però una massa infiammata nell’esofago, nello stomaco o nell’intestino.

Alcune persone, dopo o durante l’ingestione di pesce crudo o poco cotto, avvertono una sensazione di prurito in gola: si tratta del verme che si muove nella bocca o nella gola.In questi casi è possibile estrarlo dalla bocca oppure espellerlo tossendo e prevenire così l’infezione.

Altri, invece, avvertono anche lo stimolo a vomitare e riescono così ad espellere il parassita dall’organismo prima che possa colonizzarlo.

Sintomi

La malattia può essere classificata in tre categorie:

  • gastrica (95% dei casi),
  • intestinale,
  • ectopica (cioè che interessa regioni diverse da stomaco e intestino, molto rara).

Generalmente entro alcune ore dall’ingestione delle larve infette è possibile avvertire un forte dolore addominale, eventualmente accompagnato da nausea e vomito (in alcuni pazienti le larve vengono espulse proprio attraverso il vomito), mentre in caso di forma intestinale l’incubazione può durare diversi giorni.

Più in generale, tra i sintomi caratteristici dell’anisakidosi ricordiamo:

Nei casi più gravi il paziente soffre di forte mal di pancia, molto simile a quello dell’appendicite acuta, accompagnato da una sensazione di nausea.

Quando il parassita raggiunge l’intestino causa una grave reazione immunitaria granulomatosa, da una a due settimane dopo l’infezione, con sintomi simili a quelli del morbo di Crohn.

Di solito, nei pazienti colpiti, viene rinvenuto un solo parassita.

Pericoli

Nei casi più gravi l’anisakiasi è molto dolorosa e può essere risolta solo con l’intervento chirurgico. La rimozione chirurgica dell’anisakis dalla lesione è l’unico metodo sicuro per alleviare il dolore e per eliminare la causa del disturbo, perché in generale non è consigliabile attendere che il parassita muoia.

I sintomi di solito continuano per un po’ dopo la morte del parassita, infatti, durante la rimozione chirurgica, si possono evidenziare lesioni che contengono solo i resti del parassita. È stato inoltre riferito, in seguito a un intervento esplorativo in laparotomia, un caso di stenosi pilorica (restringimento e indurimento del piloro, la valvola che separa lo stomaco dall’intestino) dovuto a un verme non rimosso.

Anche quando sono ben cotte le larve di Anisakis sono molto pericolose per gli esseri umani. Quando infettano il pesce le anisakidi rilasciano diverse sostanze biochimiche nei tessuti circostanti. Spesso, inoltre, vengono ingerite intere, all’interno di un trancio di pesce. Si possono quindi verificare manifestazioni allergiche acute, ad esempio orticaria e shock anafilattico, accompagnate o meno dai sintomi gastrointestinali. La frequenza dei sintomi allergici connessi al consumo di pesce ha portato a ipotizzare l’esistenza dell’anisakiasi gastroallergica, una reazione allergica acuta mediata dalle IgE.

Nelle persone che lavorano nella catena di conservazione del pesce è stata riscontrata una forma di allergia occupazionale che provoca

Per i parassiti l’essere umano è l’ospite finale, le larve dell’Anisakis e dello Pseudoterranova non sono in grado di sopravvivere all’interno dell’apparato digerente umano ed alla fine muoiono.

È inoltre possibile che si verifichi la perforazione intestinale, una condizione di emergenza che richiede un immediato intervento medico.

Diagnosi

Nel Nordamerica si arriva alla diagnosi di anisakidosi di norma quando il paziente avverte una sensazione di prurito o bruciore in gola e poi tossisce via o estrae dalla bocca il verme anisakis.

Nei casi in cui il paziente vomito o espella il parassita tossendo, il disturbo può essere diagnosticato con un semplice esame visivo del nematode (l’Ascaris lumbricoides, il cosiddetto “verme” è un parente terrestre degli anisakis: anche gli anisakis possono risalire nella gola e nelle cavità nasali). Negli altri casi può essere necessario l’endoscopio, cioè un dispositivo a fibre ottiche che permette al medico di esaminare l’interno dello stomaco e la parte iniziale dell’intestino tenue. L’endoscopio è dotato, a un’estremità, di una piccola pinza meccanica che può essere usata per rimuovere il verme. Altri casi ancora sono diagnosticati individuando la lesione granulomatosa con un intervento in laparotomia. Per scoprire il parassita è stato messo a punto un test allergologico RAST, che però non è ancora in commercio.

In alternativa per diagnosticare il disturbo spesso ci si basa sulla storia del paziente, che riferisce di aver mangiato pesce o calamari crudi o non ben cotti. La conferma della diagnosi di norma avviene poi come detto per via endoscopica o radiografica, oppure ancora per via chirurgica se il verme si è già annidato nelle pareti dell’apparato digerente.

Cura e terapia

La terapia dell’anisakidosi consiste generalmente nella rimozione del parassita dall’organismo, mediante endoscopia o intervento chirurgico.

In alcuni casi invece l’infezione guarisce ricorrendo unicamente alla terapia sintomatica, mentre in altri pazienti, al contrario, può provocare una lieve ostruzione intestinale per la quale può essere necessario l’intervento.

Sono stati infine riportati casi di efficacia di una terapia non chirurgica a base di albendazolo.

Prevenzione

Per prevenire il disturbo è sufficiente evitare il pesce e i calamari crudi o poco cotti.

La Food and Drug Administration americana consiglia le seguenti modalità di preparazione e conservazione per uccidere i parassiti eventualmente presenti nel pescato:

Cottura (del pesce e dei molluschi)

Il pesce e molluschi vanno cotti bene, devono raggiungere una temperatura interna di almeno 63 °C.

Congelamento (pesce):

  • Ad almeno -20 °C per 7 giorni (in totale), oppure
  • Ad almeno -35 °C fino a solidificazione, poi conservazione ad almeno -35 °C per 15 ore
  • Ad almeno -35 °C fino a solidificazione poi conservazione ad almeno -20 °C per 24 ore.

Fonte principale: CDC

A cura di Elisa Bruno

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Domande e risposte
  1. Anonimo

    Bisogna stare attenti anche alle sardine in scatola?

    1. Dr. Roberto Gindro (farmacista)
      Dr. Roberto Gindro (farmacista)

      No, sono sicure.

  2. Anonimo

    Un consiglio per tutti: affidatevi a ristoranti di comprovata affidabilità, il rischio è davvero molto elevato, sono stato male per settimane prima di capire quale fosse la causa.

  3. Anonimo

    Non ci sono alternative alla gastroscopia per la diagnosi?

    1. Dr. Roberto Gindro (farmacista)
      Dr. Roberto Gindro (farmacista)

      Purtroppo no; in prima battuta possono essere richiesti esami del sangue relativi agli anticorpi, ma poi l’endoscopia diventa fondamentale (e, nel caso, spesso risolutiva).