AIDS ed HIV: non tutto quello che si sente è vero

Ultimo Aggiornamento: 226 giorni

Introduzione

In quest’articolo vi presentiamo alcuni falsi miti sull’AIDS (i sottotitoli sono quindi le teorie errate che circolano, mentre il testo è la spiegazione del perchè siano privi di fondamento), purtroppo molto diffusi, e cerchiamo di spiegare perché sono errati.

AIDS

AIDS (http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Red_ribbon.png)

L’HIV e l’AIDS sono molto diffusi e colpiscono milioni di persone in tutto il mondo, tanto da venire considerati una vera e propria pandemia.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che

  • la malattia sia responsabile fino ad oggi di più di 35 milioni di morti in tutto il mondo,
  • 1 milione nel solo 2016,
  • con 1.8 milioni di nuovi contagi ogni anno,
  • e quasi 37 milioni di pazienti nel mondo a fine 2016,
  • di cui 25 milioni solo in Africa.

Ad oggi non esiste purtroppo cura definitiva, anche se le attuali terapie permettono di garantire al paziente diagnosticato precocemente un’aspettativa di vita pressoché paragonabile a quella della popolazione generale.

I falsi miti sull’HIV e sull’AIDS hanno origini diverse, dalla semplice ignoranza e dai malintesi sulle conoscenze scientifiche sull’HIV e sull’eziologia dell’AIDS, fino alle informazioni scorrette messe in circolazione da gruppi e da istanze ideologiche che negano la relazione tra l’infezione da HIV e la comparsa dell’AIDS.

Relazione tra HIV ed AIDS

HIV e AIDS sono sinonimi

È falso. HIV sta per virus dell’immunodeficienza umana: si tratta del virus che indebolisce il sistema immunitario. Il sistema immunitario compromesso da questo virus diventa così soggetto all’AIDS (sindrome dell’immunodeficienza acquisita), caratterizzato da una serie di sintomi, malattie ed infezioni che si verificano in caso di problematiche legate al sistema immunitario.

L’HIV è la causa dell’AIDS, tuttavia non tutte le persone positive all’HIV hanno l’AIDS, perché l’HIV può rimanere silente per molti anni.

Di norma in ogni caso l’HIV progredisce fino a manifestare l’AIDS, definito come

  • conta linfocitaria inferiore alle 200 cellule/μl,
  • oppure in infezione da HIV accompagnata da coinfezione opportunistica tipica dell’AIDS.

L’HIV non può causare l’AIDS perché l’organismo sviluppa una potente risposta anticorpale al virus

Questo ragionamento ignora i numerosi esempi di virus diversi dall’HIV che possono essere patogeni anche dopo la comparsa delle tracce dell’immunizzazione:

  • Il virus del morbillo può resistere per anni nelle cellule cerebrali, finendo per causare una patologia neurologica cronica nonostante la presenza degli anticorpi.
  • I virus come il citomegalovirus, il virus dell’herpes simplex e quello della varicella possono essere attivati dopo anni di latenza anche se ci sono quantità massicce di anticorpi.
  • Negli animali, i virus imparentati con l’HIV e con periodi di latenza lunghi e variabili, come il virus visna degli ovini, causano lesioni al sistema nervoso centrale anche dopo la produzione di anticorpi.

L’HIV ha inoltre una capacità di mutazione riconosciuta che gli permette di sfuggire alla risposta immunitaria dell’ospite.

Solo pochi linfociti T helper CD4+ sono infetti dall’HIV e quindi il sistema immunitario non subisce danni

Sebbene la percentuale di linfociti T helper CD4+ colpiti dall’HIV in un determinato momento non sia mai troppo elevata (solo un piccolo sottoinsieme delle cellule attivate funge da bersaglio ideale per l’infezione), diversi gruppi di ricerca hanno dimostrato che, nel corso della malattia, i cicli di morte delle cellule infette ed infezione delle nuove cellule bersaglio sono molto rapidi. Anche i macrofagi e altri tipi di cellule sono colpiti dall’HIV e fungono da serbatoio per il virus.

Inoltre, come gli altri virus, l’HIV è in grado di sopprimere il sistema immunitario secernendo proteine che interferiscono con la sua attività. Ad esempio la proteina di membrana dell’HIV, la gp10, si stacca dalle particelle del virus e si lega con i recettori CD4 dei linfociti T del sistema immunitario, interferendo con il normale funzionamento di queste cellule che fungono da recettori e segnalatori. È stato inoltre dimostrato che un’altra proteina dell’HIV, la Tat, è in grado di sopprimere l’attività dei linfociti T. Questo comportamento non è qualitativamente diverso da quello dei virus dell’influenza che, come ben hanno dimostrato i ricercatori, secernono proteine immunosoppressive in grado di rallentare la risposta immunitaria contro il virus.

I linfociti infetti esprimono infine il legante Fas, una proteina della superficie cellulare che provoca la morte dei linfociti T vicini e sani che esprimono il recettore Fas. Quest’effetto di “vicinanza killer” dimostra che il sistema immunitario può essere molto danneggiato anche se il numero di cellule effettivamente infette è molto basso.

Trasmissione

Si può essere contagiati dall’HIV anche solo tramite contatto casuale con una persona infetta

Non si può rimanere contagiati dall’HIV tramite semplice contatto con una persona infetta nelle normali situazioni sociali, a scuola o sul posto di lavoro. Non si rimane contagiati stringendo la mano a una persona infetta, abbracciandola o baciandola sulla guancia, usando lo stesso WC, bevendo dallo stesso bicchiere oppure esponendosi ai colpi di tosse o agli starnuti di una persona infetta.

La saliva contiene una carica virale trascurabile, quindi i baci in bocca sono considerati poco rischiosi. Tuttavia, se il partner infetto o entrambi i partner hanno del sangue in bocca a causa di tagli, ulcere o problemi alle gengive, il rischio aumenta.

Il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) ha registrato un solo caso di possibile trasmissione dell’HIV tramite bacio (uomo contagiato dall’HIV con malattia gengivale grave e partner sessuale affetto a sua volta da problemi gengivali gravi), mentre la Terence Higgins Trust afferma che si tratta di una situazione che non presenta alcun rischio.

Teoricamente si potrebbe essere esposti al rischio di contagio anche con altri tipi di contatto, tra cui il contatto con il sangue dal naso, i morsi e la condivisione di pratiche di igiene personale, tuttavia sono stati riportati pochi casi di contagio accidentale avvenuti in questo modo.

I pazienti positivi all’HIV hanno un aspetto caratteristico

Le immagini degli effetti dell’AIDS divulgate dai media, soprattutto negli anni ’80, fanno sì che molte persone ritengano che i pazienti sieropositivi manifestino un aspetto fisico caratteristico o, perlomeno, siano diversi dalle persone sane.

In realtà il decorso della malattia è molto lento e possono passare molti anni prima che compaiano i sintomi caratteristici, quindi non è possibile diagnosticare l’infezione da HIV con un semplice esame dell’aspetto fisico.

Con i rapporti orali non si trasmette il virus HIV

I rapporti orali presentano certamente un rischio di contagio molto inferiore rispetto a quelli vaginali e anali, ma l’HIV può comunque essere trasmesso tramite rapporti orali, a causa del contatto tra lo sperma o i fluidi vaginali e le mucose della bocca (rischio per il soggetto che pratica il rapporto).

Finora il CDC non riporta invece alcun caso di trasmissione per chi riceve il rapporto.

Il rischio di contagio può essere molto elevato nel caso di ferite aperte dei genitali e/o della bocca, oppure in caso di gravi problemi gengivali o sanguinamento gengivale, cioè quando c’è contatto diretto tra lo sperma e ferite aperte sulla pelle o sulla superficie della bocca.

L’HIV è trasmesso dalle zanzare

Quando le zanzare pungono non iniettano il sangue della loro vittima precedente, ma iniettano soltanto la saliva che può trasmettere la febbre dengue, la malaria, la febbre gialla o il virus del Nilo occidentale.

Ricordiamo tuttavia che le zanzare, nel loro apparato digerente, possono contenere sangue infetto dall’HIV: se schiacciate sulla pelle di un essere umano, solo ipoteticamente potrebbero trasmettere il virus, ma il rischio è trascurabile e finora non sono mai stati riferiti casi di contagio attraverso questa modalità.

L’HIV sopravvive per poco tempo fuori dall’organismo

L’HIV può sopravvivere a temperatura ambiente fuori dall’organismo per alcune ore in un ambiente secco (a patto che la concentrazione iniziale sia molto alta) e per settimane in un ambiente umido (nelle siringhe o negli aghi usati). Tuttavia la quantità di virus tipicamente presente nei fluidi corporei non sopravvive per così tanto tempo fuori dall’organismo: di solito al massimo per alcuni minuti in un ambiente secco. In condizioni di umidità elevata, soprattutto all’interno di siringhe, aghi e altri dispositivi del genere, il virus sopravvive per più tempo.

L’HIV contagia soltanto gli uomini omosessuali e chi fa uso di droghe

Negli Stati Uniti la principale modalità di contagio per gli uomini è rappresentata dai rapporti omosessuali, mentre per le donne la trasmissione avviene soprattutto tramite rapporti eterosessuali. Tuttavia l’HIV può colpire chiunque, indipendentemente dall’età, dal sesso, dall’etnia e dall’orientamento sessuale. È certamente vero che i rapporti anali (indipendentemente dal sesso del partner passivo) presentano un rischio di contagio maggiore rispetto agli altri tipi di rapporto, ma comunque la maggior parte dei rapporti penetrativi, indipendentemente dal sesso dei partner, presenta un qualche rischio. Il preservativo, se usato correttamente, è in grado di diminuire il rischio.

Le donne affette dall’HIV non possono avere figli

Le donne contagiate dal virus dell’HIV sono fertili, ma negli ultimi stadi della malattia la gestante può presentare un rischio maggiore di aborto spontaneo. Normalmente il rischio di trasmettere l’HIV al feto si attesta tra il 15 e il 30 per cento, tuttavia può essere ridotto fino al 2-3% se le pazienti seguono scrupolosamente i suggerimenti dei medici.

Storia

L’HIV fu introdotto nel Nordamerica da uno steward canadese

In una ricerca pionieristica, William Darrow del CDC identificò il “paziente zero” in Gaëtan Dugas, uno steward canadese. Molte persone considerano Dugas come il responsabile dell’introduzione dell’HIV nel Nordamerica. In realtà, però, si tratta di un’informazione imprecisa, perché l’HIV iniziò a diffondersi molto prima che Dugas iniziasse la sua carriera. La notizia probabilmente iniziò a circolare con il libro di Randy Shilts “And the band played on”, uscito nel 1987, e con il film basato su di esso, in cui Dugas è citato come “paziente zero” dell’AIDS; tuttavia né il libro né il film dicono espressamente che Dugas sia stato il primo a introdurre il virus in Nordamerica. Fu chiamato “paziente zero” perché almeno 40 delle 248 persone che nel 1983 erano dichiarate affette dall’HIV avevano avuto rapporti sessuali con lui, o con qualcuno che aveva avuto rapporti con lui.

La comunità scientifica attualmente è concorde nell’affermare che l’HIV fu introdotto nel Nordamerica da un immigrato haitiano che l’aveva contratto lavorando nella Repubblica Democratica del Congo nei primi anni Sessanta, o da un’altra persona residente in Congo in quegli anni.

Origine dell’AIDS da un rapporto sessuale tra uomo e scimmia

L’HIV è molto probabilmente una forma mutata del virus dell’immunodeficienza delle scimmie, una malattia che colpisce solo gli scimpanzé e le scimmie africane.

È però altamente improbabile che il trasferimento interspecifico della malattia (zoonosi) si sia verificata a seguito di un rapporto sessuale: scimpanzé e scimmie africane portatrici del virus vengono abitualmente cacciati per la loro carne e la teoria più diffusa prevede che la malattia sia comparsa nella specie umana a causa del contatto dei cacciatori con il sangue delle scimmie infette da loro uccise.

Il primo caso noto di HIV nella specie umana (paziente zero) fu scoperto in una persona deceduta nella Repubblica Democratica del Congo nel 1959 e una ricerca recente data l’antenato comune dell’HIV umano e del virus dell’immunodeficienza delle scimmie tra il 1884 e il 1914, usando l’approccio dell’orologio molecolare.

Diagnosi

Il test HIV non è attendibile

La diagnosi delle infezioni tramite l’esame degli anticorpi è una prassi medica consolidata. L’esame degli anticorpi dell’HIV (abbreviato come test HIV) è più affidabile rispetto alla maggior parte degli altri esami delle malattie infettive, sia per quanto concerne la sensibilità (capacità di dare esito positivo quando il paziente è davvero ammalato) sia per la specificità (capacità di dare esito negativo se i pazienti sono sani). Molti degli esami attuali per gli anticorpi dell’HIV hanno sensibilità e specificità oltre il 96% e quindi sono estremamente attendibili.

Il progresso nelle metodologie di esame permette di isolare il materiale genetico del virus (gli antigeni) e il virus stesso nei fluidi organici e nelle cellule. Queste metodologie di esame diretto, di solito, non sono usate per gli esami di routine per via dei costi elevati e della strumentazione all’avanguardia che i laboratori dovrebbero possedere, ma hanno sempre confermato la validità degli esami degli anticorpi.

Se l’esame per l’HIV risulta positivo di norma vengono eseguiti gli esami di conferma e gli esami degli antigeni, cioè del materiale genetico del virus e del virus stesso: questi esami servono per confermare che è davvero in atto un’infezione.

Cura e terapia

Esiste una cura per l’AIDS?

La terapia retrovirale in molti casi mantiene stabili i sintomi del paziente, permettendogli di diminuire la quantità di virus presente nel sangue fino a livelli molto bassi, quasi non rilevabili dalle analisi.

I farmaci specifici per questa malattia sono in grado di alleviare i sintomi dell’AIDS e, in alcuni casi, persino di curare le patologie che lo caratterizzano. Le terapie sono in grado di stabilizzzare l’infezione da HIV fino a livelli di cronicità che permettono al paziente di sopravvivere a lungo, più o meno come avviene per il diabete.

Tuttavia non si può parlare di una vera e propria cura, perché i protocolli terapeutici attuali non sono in grado di eradicare l’HIV dall’organismo.

Se la terapia viene interrotta, se la risposta ai farmaci è insufficiente o se il virus manifesta resistenza alla terapia, si rilevano alti livelli del virus nel sangue.

Di fatto purtroppo anche se chi è positivo all’HIV con carica virale bassa ha meno probabilità di contagiare altre persone, il rischio di contagio esiste comunque. Inoltre, chi è in terapia retrovirale e la segue correttamente può comunque ammalarsi.

I rapporti sessuali con una persona vergine curano l’AIDS

Questo falso mito è diffuso nell’Africa subsahariana. I rapporti sessuali con una persona vergine e sana non curano l’HIV e il contatto sessuale espone la persona sana all’HIV, spianando la strada a un’ulteriore diffusione della malattia. Questo falso mito ha acquisito notorietà perché è stato indicato come causa di alcuni episodi di abuso sessuale e di molestie su minori in Africa.

I rapporti sessuali con un animale evitano il contagio o curano l’AIDS

Il National Council of Societies for the Prevention of Cruelty to Animals (NSPCA) di Johannesburg (Sudafrica) riporta in un sondaggio del 2002 che alcuni giovani ritengono che avere rapporti sessuali con un animale sia un mezzo per evitare l’AIDS o per curarsi, se si è infetti. Come nel caso dei rapporti con una persona vergine, non esistono prove scientifiche a sostegno di questa tesi, e non è mai stato ipotizzato alcun meccanismo che potrebbe renderla plausibile. Il rischio di contrarre l’HIV tramite rapporti con gli animali è trascurabile, tuttavia la pratica è comunque a rischio.

Negazionismo

Non esiste l’AIDS in Africa. L’AIDS è un nome nuovo per un insieme di malattie vecchie

Le malattie connesse all’AIDS in Africa, come la sindrome da malnutrizione, la diarrea e la tubercolosi, sono un problema gravissimo per il continente. Tuttavia, gli alti tassi di mortalità di queste malattie in passato limitati agli anziani e alle persone affette da malnutrizione, ora sono comuni anche tra le persone giovani e di mezza età, comprese quelle più istruite e della classe media, colpite dall’HIV.

Ad esempio, in una ricerca effettuata in Costa d’Avorio, gli individui sieropositivi affetti da tubercolosi polmonare presentano un rischio 17 volte maggiore di decesso entro sei mesi rispetto alle persone sieronegative affette da tubercolosi polmonare. In Malawi la mortalità sui tre anni tra i bambini che hanno ricevuto le vaccinazioni consigliate e che hanno superato il primo anno di vita è 9.5 volte maggiore tra i bambini sieropositivi rispetto a quelli sieronegativi. Le principali cause di morte sono il deperimento organico e le malattie respiratorie. Ricerche effettuate in altre zone dell’Africa danno delle ricerche erano simili.

L’HIV non causa l’AIDS

La comunità scientifica è generalmente concorde nell’affermare che l’HIV sia la causa dell’AIDS, ma alcune persone la pensano diversamente; tra di esse ricordiamo il biologo Peter Duesberg, il biochimico David Rasnick, la giornalista/attivista Celia Farber, lo scrittore conservatore Tom Bethell e il sostenitore del creazionismo (disegno intelligente) Phillip E. Johnson. Altre persone un tempo scettiche hanno abbandonato la posizione negazionista, ad esempio il fisiologo Robert Root-Bernstein e il fisico e ricercatore sull’AIDS Joseph Sonnabend.

Si sa ormai davvero molto sulla patogenesi dell’HIV, anche se rimane ancora da far luce su alcuni dettagli importanti. Tuttavia, capire completamente la patogenesi di una malattia, non è un prerequisito fondamentale per arrivare a comprendere quale sia la sua causa. La maggior parte degli agenti infettivi è stata associata alla malattia di cui è causa molto prima che fossero scoperti i meccanismi patogenetici. La ricerca sulla patogenesi è difficile se non sono disponibili modelli precisi sia sulla specie umana sia su quelle animali, se il meccanismo che causa la patologia non è ben chiaro (come nel caso della tubercolosi e dell’epatite B) ma gli agenti patogeni responsabili della malattia sono molto diffusi.

L’AIDS è causato dall’AZT e dagli altri farmaci antiretrovirali, non dall’HIV

La stragrande maggioranza dei pazienti sieropositivi non ha mai ricevuto la terapia antiretrovirale, compresi i pazienti che risiedevano nei paesi in via di sviluppo prima della commercializzazione dell’AZT nel 1987. Anche attualmente sono davvero pochi i pazienti che hanno accesso a questa terapia nei paesi in via di sviluppo.

Negli anni Ottanta gli esperimenti sui pazienti affetti dall’AIDS dimostrarono che l’AZT, somministrato come terapia singola, dava un vantaggio in termini di sopravvivenza trascurabile (e modesto) rispetto al placebo. Tra i pazienti contagiati dall’HIV che ancora non avevano manifestato l’AIDS gli esperimenti controllati con il placebo hanno evidenziato che l’AZT, somministrato come farmaco singolo, riusciva a rinviare di un anno o due la comparsa delle patologie connesse all’AIDS.

Esperimenti clinici successivi dimostrarono che i pazienti che ricevono la combinazione di due farmaci hanno fino al 50% di tempo in più di progressione verso l’AIDS e di sopravvivenza rispetto ai pazienti che ricevono la monoterapia. In anni più recenti, le terapie combinate con tre farmaci hanno fatto registrare un altro miglioramento del 50-80% nella progressione verso l’AIDS e nella sopravvivenza, rispetto ai protocolli con due farmaci presenti negli esperimenti clinici. L’uso di potenti terapie combinate contro l’HIV ha contribuito a una considerevole diminuzione dell’incidenza dell’AIDS e dei relativi decessi nelle popolazioni in cui i farmaci sono ampiamente disponibili: quest’effetto sarebbe altamente improbabile se i farmaci antiretrovirali fossero la causa dell’AIDS.

I fattori comportamentali (come l’uso di droghe ricreative e la promiscuità sessuale), e non l’HIV, sono le uniche spiegazioni dell’AIDS

Da molte parti, e da molti anni, si sostiene che l’AIDS sia causato da fattori comportamentali, come la promiscuità sessuale e l’uso sul lungo periodo di droghe ricreative. In realtà, però, l’epidemia di AIDS, caratterizzata dalla presenza di infezioni opportunistiche prima molto rare, come la polmonite da Pneumocystis carinii (PCP) non è comparsa negli Stati Uniti prima che l’HIV iniziasse a diffondersi in determinate comunità.

Una prova convincente contro l’ipotesi che l’AIDS sia causato unicamente da fattori comportamentali è fornita da ricerche recenti che hanno seguito gruppi di uomini omosessuali per lunghi periodi e hanno scoperto che solo le persone sieropositive all’HIV sviluppano l’AIDS. Ad esempio, in un gruppo studiato in uno studio prospettico a Vancouver (British Columbia), 715 uomini omosessuali sono stati seguiti per circa 8 anni e mezzo.

  • Tra i 365 positivi all’HIV, 136 hanno sviluppato l’AIDS.
  • Tra i 350 sieronegativi, non si sono verificate patologie connesse all’AIDS, nonostante i pazienti abbiano riferito un uso frequente di popper (droga ricreativa da inalare) e di altre sostanze d’abuso, nonchè frequenti rapporti anali passivi (Schechter e al., 1993).

Altre ricerche hanno dimostrato che, tra gli uomini omosessuali e i consumatori di droghe iniettabili, il deficit immunitario specifico che conduce all’AIDS (la perdita progressiva e prolungata dei linfociti T helper CD4+) è estremamente rara in assenza di altri fattori di immunosoppressione. Ad esempio, nel Multicenter AIDS Cohort Study, più di 22.000 rilevazioni di linfociti T in 2.713 uomini omosessuali negativi all’HIV hanno evidenziato solo un individuo con conta di linfociti T helper permanentemente inferiore a 300/µl di sangue, in un paziente che stava ricevendo una terapia immunosoppressoria.

In una ricerca su 229 consumatori di droghe iniettabili negativi all’HIV a New York, la conta dei linfociti T helper era costantemente superiore a 1000/µl di sangue. Solo due pazienti presentavano una conta inferiore ai 300/µl: uno di essi è deceduto per una patologia cardiaca e la causa del decesso è stata attribuita a un linfoma non Hodgkin.

L’AIDS in chi ha ricevuto una trasfusione è causato dalle patologie per cui si è resa necessaria, non dall’HIV

Quest’affermazione è contraddetta da un rapporto del Transfusion Safety Study Group (TSSG), che ha messo a confronto due gruppi di persone, positive e negative all’HIV, che avevano ricevuto trasfusioni di sangue per malattie simili. Dopo circa tre anni dalla trasfusione, la conta media dei linfociti T helper nei 64 pazienti negativi all’HIV era di 850/µl, mentre nei 111 individui positivi all’HIV la media dei linfociti T helper era di 375/µl. Nel 1993, si erano registrati 37 casi di AIDS nel gruppo positivo all’HIV, mentre non c’erano casi di patologie connesse all’AIDS nel gruppo di pazienti negativi all’HIV che avevano ricevuto trasfusioni.

L’uso massiccio dei concentrati dei fattori di coagulazione (e non l’HIV) causa la carenza di linfociti T helper e l’AIDS nei pazienti emofiliaci

Molte ricerche contraddicono quest’affermazione. Ad esempio, nei pazienti affetti dall’emofilia A negativi all’HIV che hanno partecipato al Transfusion Safety Study, non è stata registrata alcuna differenza significativa nella conta dei linfociti T helper tra i 79 pazienti in terapia con dosi minime di fattori o che non ricevevano la terapia e i 52 che avevano ricevuto le dosi massime di fattori nel corso della vita. I pazienti di entrambi i gruppi presentavano una conta di linfociti T helper nei limiti. In un altro rapporto del Transfusion Safety Study non sono stati riportati casi di patologie connesse all’AIDS tra 402 emofiliaci negativi all’HIV sottoposti a terapia con fattori di coagulazione.

In un gruppo osservato nel Regno Unito, i ricercatori hanno abbinato 17 pazienti emofiliaci positivi all’HIV con 17 emofiliaci negativi all’HIV rispetto all’uso dei fattori di coagulazione su un periodo di 10 anni. In questo periodo si sono verificati 16 eventi clinici connessi all’AIDS in 9 pazienti, tutti positivi all’HIV. Nel gruppo di pazienti negativi all’HIV non sono state registrate patologie connesse all’AIDS. In ogni coppia di pazienti, la conta media dei linfociti T helper durante il periodo di follow-up in media era inferiore di 500 cellule/µl nel paziente positivo all’HIV.

Tra i pazienti emofiliaci contagiati dall’HIV, i ricercatori del Transfusion Safety Study hanno scoperto che né la purezza né la quantità di fattore VIII somministrato durante la terapia ha conseguenze negative sulla conta dei linfociti T helper. Analogamente, il Multicenter Hemophilia Cohort Study non ha registrato alcuna connessione tra la dose cumulativa di concentrato plasmatico e l’incidenza dell’AIDS tra i pazienti emofiliaci contagiati dall’HIV.

La distribuzione dell’AIDS mette in dubbio che l’HIV sia la causa della malattia. L’incidenza dei virus non cambia a seconda del genere, eppure solo una piccola percentuale dei casi di AIDS riguarda il genere femminile

La distribuzione dei casi di AIDS, sia negli Stati Uniti sia nel resto del mondo, rispecchia inevitabilmente la distribuzione dell’HIV nella popolazione. Negli Stati Uniti l’HIV ha fatto la sua comparsa nei gruppi di consumatori di droghe iniettabili (che sono in maggioranza uomini) e degli uomini omosessuali. L’HIV si diffonde principalmente tramite rapporti sessuali non protetti, tramite lo scambio di siringhe infette o tramite contaminazione incrociata della soluzione della droga e del sangue infetto durante l’iniezione. Questi comportamenti presentano una distribuzione ineguale secondo il genere: gli uomini fanno un maggior uso di droghe iniettabili rispetto alle donne e, in generale, adottano una condotta sessuale più a rischio, ad esempio nei rapporti anali non protetti. Non sorprende, quindi, che la maggior parte dei casi di AIDS negli Stati Uniti si sia verificata tra gli uomini.

Negli Stati Uniti, tuttavia, le donne presentano sempre più casi di contagio da HIV, che di norma avviene tramite scambio di siringhe contaminate o tramite rapporti con un uomo positivo all’HIV. Il CDC stima che, nel 1998, il 30% dei nuovi casi di contagio da HIV si sia verificato nella popolazione di sesso femminile. Oltre all’aumento delle donne colpite dall’HIV, è aumentato anche il numero delle donne malate di AIDS. Il 23 per cento circa dei casi di AIDS nella popolazione adulta/adolescente degli Stati Uniti riferiti al CDC nel 1998 si è verificato nella popolazione femminile. Nel 1998 l’AIDS era la quinta causa di decesso nella popolazione femminile nella fascia d’età tra i 25 e i 44 anni e la terza causa di decesso tra le donne afroamericane nella stessa fascia d’età.

In Africa, l’HIV è stato riconosciuto per la prima volta nella popolazione eterosessuale sessualmente attiva, e i casi di AIDS in Africa si sono verificati più o meno con la stessa frequenza negli uomini e nelle donne. In generale la distribuzione dell’HIV e dell’AIDS tra gli uomini e le donne e di circa 1 a 1. Nell’Africa subsahariana, il 57 per cento degli adulti affetti dall’HIV è donna, e le donne di età compresa tra i 15 e i 24 anni corrono un rischio di contagio triplo rispetto agli uomini nella stessa fascia d’età.

L’HIV non è la causa dell’AIDS perché molti pazienti contagiati dall’HIV non sviluppano l’AIDS

L’infezione da HIV ha un decorso prolungato e variabile. Attualmente il tempo che intercorre tra il contagio da HIV e la comparsa di patologie clinicamente diagnosticabili è di circa 10 anni nei paesi industrializzati.

Come per molte altre malattie, il decorso dell’HIV può essere influenzato da molti fattori diversi. I fattori come l’età o le differenze genetiche tra gli individui, il livello di virulenza del singolo ceppo di virus e le influenze esogene come la coinfezione da parte di altri microrganismi possono determinare la gravità e il tipo di espressione patologica dell’HIV.

Analogamente, ad esempio, alcune persone affette dall’epatite B non presentano sintomi oppure sono colpitie solo dall’ittero e guariscono spontaneamente, mentre altre soffrono di patologie che possono andare dall’infezione cronica del fegato, alla cirrosi, al carcinoma epatocellulare. I cofattori forse sono anche fondamentali per determinare perché alcuni fumatori sviluppano il tumore ai polmoni, mentre altri no.

L’HIV non è la causa dell’AIDS perché alcune persone soffrono dei sintomi connessi all’AIDS pur non essendo state contagiate dall’HIV

La maggior parte dei sintomi dell’AIDS sono causati dallo sviluppo di infezioni opportunistiche e tumori connessi alla grave immunosoppressione secondaria dell’HIV, ma l’immunosoppressione ha molte altre cause potenziali.

I pazienti che assumono cortisone e/o farmaci immunosoppressori (per esempio per prevenire il rigetto post-trapianto o per curare le malattie autoimmuni) possono essere particolarmente soggetti a infezioni insolite, come i pazienti affetti da determinate malattie genetiche, da malnutrizione grave e da determinati tipi di tumore. Non c’è alcuna prova a sostegno del fatto che il numero di questi casi sia aumentato, tuttavia ci sono molte prove epidemiologiche che dimostrano un considerevole aumento dei casi di immunosoppressione tra i pazienti che condividono il fatto di essere stati contagiati dall’HIV.

Lo spettro delle infezioni connesse all’AIDS riscontrabili in diverse popolazioni dimostra che l’AIDS è un gruppo di patologie non causate dall’HIV

Le patologie connesse all’AIDS, come la polmonite da Pneumocystis jiroveci (PCP) e le infezioni da Mycobacterium avium complex (MAC), non sono causate direttamente dall’HIV, ma piuttosto dall’immunosoppressione provocata dall’HIV. Quando il loro sistema immunitario si indebolisce, i pazienti contagiati dall’HIV sono più soggetti a determinate infezioni virali, micotiche e batteriche frequenti nella comunità a cui appartengono. Ad esempio i pazienti positivi all’HIV negli stati del Midwest sono molto più soggetti rispetto agli abitanti di New York all’istoplasmosi, una patologia causata da un fungo. In Africa gli agenti patogeni a cui sono esposti i pazienti sono diversi rispetto a quelli delle città americana. I bambini, inoltre, possono essere esposti ad agenti infettivi diversi da quelli degli adulti.

L’HIV è la causa della patologia chiamata AIDS, ma le altre patologie che possono colpire i pazienti affetti dall’AIDS dipendono dagli agenti patogeni endemici a cui i pazienti possono essere esposti.

Fonte Principale:

(adattamento e integrazione a cura di Elisa Bruno, articolo pubblicato con licenza identica all’articolo usato come fonte)

Articoli correlati

Leggi gli altri articoli delle seguenti categorie:

oppure cerca altri argomenti attraverso l'indice

oppure fai una ricerca tra le centinaia di articoli pubblicati

Domande e risposte
  1. Anonimo

    Dottori, con un bacio profondo è possibile prendersi l’AIDS?

    1. Dr. Roberto Gindro (farmacista)
      Dr. Roberto Gindro (farmacista)

      No, a meno che entrambi i partner non presentino abbondanti tracce di sangue (l’eventuale impercettibile presenza non sarebbe sufficiente).

  2. Anonimo

    Salve dottore, in caso di necessità il medico curante può prescrivere la PEP? Grazie.

    1. Dr. Roberto Gindro (farmacista)
      Dr. Roberto Gindro (farmacista)

      No, è necessario recarsi in PS.

  3. Anonimo

    Gentile Dottore, ho avuto un rapporto PROTETTO da preservativo 6 mesi fa con una escort, ho già fatto 3 test di cui l’ultimo la settimana scorsa e sono tutti negativi. Meglio ripeterlo il prossimo mese per essere sicuro?

    1. Dr. Roberto Gindro (farmacista)
      Dr. Roberto Gindro (farmacista)

      Ultima parola al medico, ma in linea di massima ad oggi un test a tre mesi si considera definitivo (molto probabilmente la maggior parte degli infettivologi nel suo caso, con un rapporto protetto, l’avrebbero considerato definitivo già a un mese).

  4. Anonimo

    Buona domenica dottor cimurro..a lei e ai suoi colleghi dottori..siete gli angeli di questo sito per la bontà e pazienza e bravura nell’aiutarci…

    Io volevo chiedere un informazione tecnica diciamo…ecco..
    Non ho tante esperienze sessuali.. Cmq voglio usare sempre il profilattico e proteggermi anche con il sesso orale…quindi volevo chiedervi…

    Tecnicamente.. All’atto pratico quando si sta in quei momenti con un uomo…dopo coccole e preliminari vari…si fa sesso orale ..quindi metto il profilattico gusto frutta al mio compagno e posso fare sesso orale tranquilla a lui..ma poi all’atto di avere un rapporto sessuale non voglio usare lo stesso profilattico perché…insomma c’è già stato sfregamento con le labbra…magari per sbaglio con i denti…e poi con le mani…insomma vorrei metterne uno nuovo..posso secondo lei..? Togliere quello usato per il sesso orale e metterne uno nuovo? O c’è il pericolo che il liquido prespermatico che c’è spesse volte anche nel sesso orale vada disperso.?

    1. Dr. Roberto Gindro (farmacista)
      Dr. Roberto Gindro (farmacista)

      Direi che può farlo con assoluta tranquillità.