Varicocele pelvico femminile: sintomi, causa e terapia

Ultimo Aggiornamento: 276 giorni

Introduzione

Nel passato la diagnosi di sindrome della congestione pelvica (varicocele femminile) gettava la donna in una condizione di frustrazione, viste le poche possibilità di terapia, in un quadro clinico in cui erano più le diagnosi escluse e gli esami negativi per altre patologie più conosciute, che le certezze.

Negli ultimi 20 anni il miglioramento della conoscenza di questo quadro clinico e una maggiore sensibilità di vari specialisti hanno contribuito a diradare le nebbie che avvolgevano questa condizione; il miglioramento tecnologico consente inoltre di offrire anche soluzioni terapeutiche più mirate e meno invasive.

Sintomi

Definita come insufficienza venosa pelvica, la sindrome della congestione pelvica fu descritta nel 1949 da Taylor, in una paziente che presentava il classico corollario sintomatologico:

  • dolore pelvico continuo, presente da oltre 6 mesi, esacerbato durante il ciclo,
  • accompagnato da dispareunia (dolore durante i rapporti sessuali),
  • dismenorrea (dolore durante la mestruazione),
  • congestione vulvare
  • e/o comparsa di varicosità negli arti inferiori.

Le varici ovariche e pelviche sono un reperto frequente nelle donne adulte, maggiormente sia tra coloro che hanno portato a termine una o più gravidanze, ma in minor misura anche tra le giovani donne, asintomatiche.

Diagnosi

Essendo molto spesso una diagnosi di esclusione, il primo gradino del percorso diagnostico terapeutico rimane un approccio multidisciplinare, in cui ciascuno specialista coinvolto elimina le diagnosi differenziali di propria competenza:

  • gastroenterologo per la patologia digerente,
  • ginecologo per l’endometriosi, le cisti ovariche, il prolasso uterino e i fibromi,
  • urologo per il la patologia urologica,
  • flebologo o chirurgo vascolare per l’insufficienza venosa degli arti inferiori.

Tradizionalmente queste varicosità potevano essere diagnosticate direttamente, con l’esame obiettivo delle varici vulvari o perineali, oppure in modo indiretto, sulla base della sintomatologia, che faceva indirizzare verso il sospetto di “una sindrome della congestione pelvica” . Recentemente, il quadro clinico può avere una dimostrazione pratica con tecniche diagnostiche relativamente invasive, come la flebografia, o l’ecografia transvaginale.

Oggi, la maggiore diffusione dell’esame ecografico transvaginale tra i ginecologi, una maggiore conoscenza dell’interdipendenza della sindrome della congestione pelvica con le varici anomale degli arti inferiori, ha portato ad un incremento dei casi clinici diagnosticati.

Il reflusso pelvico ha catturato l’attenzione degli specialisti vascolari, flebologi, per la potenziale relazione con l’insufficienza venosa degli arti inferiori; la vena iliaca interna si può connettere con la giunzione safeno femorale e le vene profonde, attraverso la vena pudenda, le collaterali perineali, trasmettendo l’ipertensione venosa pelvica al sistema venoso degli arti inferiori, tanto da costituire la causa nel 17% delle varici recidive dopo intervento chirurgico. Una incapacità di conoscere, considerare e ricercare questo punto alto di reflusso potrebbe compromettere l’efficacia di qualunque trattamento rivolto agli arti inferiori.

Cause

Molteplici fattori contribuiscono alla genesi della sindrome della congestione pelvica; le donne con molteplici gravidanze sembrerebbero essere più predisposte alla sindrome: l’incremento dimensionale delle vene, secondario alla gravidanza, creerebbe le condizioni per l’incontinenza valvolare venosa; l’incremento dimensionale e le modificazioni anatomiche delle strutture pelviche durante quei nove mesi possono inoltre comportare un’ostruzione intermittente delle vene. Il ristagno del sangue in queste strutture venose dilatate può comportare la trombosi, l’effetto massa sulle strutture adiacenti, specie le nervose, che, collettivamente, contribuiscono alla genesi del dolore.

Anomalie ostruttive possono comportare, in via secondaria, la genesi della sindrome; un decorso retroaortico della vena renale sinistra, la compressione ad opera della arteria mesenterica superiore sulla vena renale sinistra, possono favorire l’insorgenza di queste varici ovariche sintomatiche; viceversa, la compressione dell’arteria iliaca comune destra sulla vena iliaca comune sinistra, contro la colonna, può causare l’insorgenza di varici degli arti inferiori o pelviche, fino alla trombosi.

Conseguenza di tale dilatazione ed incontinenza è il reflusso venoso e il ristagno di sangue, che determina un corredo sintomatologico, che comprende il dolore pelvico cronico, il dolore ai rapporti sessuali, i dolori alla comparsa del ciclo mestruale, la facile irritabilità della vescica, la presenza di varici nel pavimento pelvico, vulvari, perineali, e la comparsa di varici ectopiche negli arti inferiori. Tale reflusso e ristagno di sangue tende ad aumentare con la gravità, la deambulazione e la stazione eretta.

A differenza dell’uomo, dove il ristagno del sangue venoso determina un innalzamento della temperatura e una alterazione della fertilità, nella donna non esiste tale rapporto.

Terapia

La gestione medica, con farmaci ormonali e antidolorifici si è dimostrata insufficiente e deludente.

La legatura chirurgica delle vene ovariche o l’isterectomia si sono dimostrate essere non risolutive

L’intervento radiologico, endovascolare, ha comportato invece un significativo avanzamento nella risoluzione del quadro clinico. La tecnica prevede

  • la semplice anestesia locale nell’accesso venoso (braccio o gamba)
  • e l’introduzione di un filo guida e di un piccolo cateterino per andare dentro le vene ovariche.

Dopo aver dimostrato l’incontinenza delle vene, s’inietta un farmaco sclerosante, o altri i materiali destinati a chiudere questi vasi diventati incontinenti.

Il tempo di effettuazione dell’intervento non supera i 45’; può essere erogata in regime di day hospital, anche se ha tutte le caratteristiche per essere proposta in regime ambulatoriale protetto.

Dopo 6 settimane, la paziente effettua il controllo eco-color-Doppler o l’ecografia transvaginale, a seconda dello specialista da cui è stata inizialmente visitata.

Con la dovuta concentrazione nella fase di puntura iniziale e nella tecnica di embolizzazione, le complicazioni sono molto rare.


Si ringrazia il dott. dell’Ospedale San Camillo Forlanini di Roma, medico chirurgo e docente in “Tecniche di Radiologia Medica per Immagini e Radioterapia”, per la preziosa collaborazione.

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  1. Anonimo

    Durante un’ecografia tranvaginale mi hanno diagnosticato un varicocele pelvico, cosa devo fare?

    1. Dr. Cimurro (farmacista)
      Dr. Cimurro (farmacista)

      Il ginecologo suggerirà probabilmente di approfondire con un ulteriore esame (ecocolordoppler pelvico e transvaginale), dopodichè in base ai sintomi di valuterà il trattamento più adeguato.

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